Moi, tout simplement

   Una volta era: Andre, un inverecondo e pericoloso mix tra egocentrismo e sfacciataggine...
Ora c'è Andre, tout simplement.

 



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mercoledì, 04 novembre 2009
 

o42

Ho sempre vissuto al di sopra delle mie possibilità economiche.
Ultimamente, ho commesso l'errore di farlo anche dal punto di vista sentimentale. Non c'è nulla da dire. Non c'è mai nulla da dire.
E' così e basta. E lo dico andando contro a tutto quello in cui credo, ossia lottare per le cose in cui credo finchè ho un minuscolo respiro. Perché non ha senso, non ha senso combattere con una cosa che non puoi controllare. E che soprattutto, non ti puoi permettere. Perchè da qualche parte è scritto così.

Tu Andre, non puoi, non potrai mai. Mettitela via.
Ti è piaciuto vedere la felicità così vicino? bene, fatta la foto? puoi metterla in archivio con le cose che si fanno una volta e mai più. come andare a disneyland o mangiare un animale non ben definito. Esperienza che non ti porterà nulla, se non il ricordo di quanto bene sei stato nel frangente di quella fragile illusione.
Non esiste quello che stai cercando. Anzi, non esiste per te. E' una cosa contro la quale non potrai mai combattere. Ce ne sono altre che hai messo via no? Sperare di avere una barba bella fitta, di essere capito da tuo padre,  ricevere considerazione per quello che vali. Vuoi non trovare un posto nel baule anche per questa cosa? Dai che c'è.
L'inverno sarà freddo e solitario e tutte le altre stagioni che passeranno dopo. E' così, semplicemente così. Ammettilo. Credo tu abbia ammesso cose ben più pesanti nell'ultimo periodo, in cui scioccamente eri convinto di poter star bene. No, mettitela via. E' roba per altri. Non per te.
Ci sono persone portate per il canto, o la danza, o l'amore. Tu non fai parte di queste, Andre. E' così e basta, non puoi farci niente.

Oggi pomeriggio ho capito perchè mi piace scrivere. Perchè così posso illudermi righe su righe che le cose possano andare. Perchè sono io a decidere come vanno.
Ma non è così.
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giovedì, 22 ottobre 2009
 

o41

Due giorni. Due giorni di mal di pancia. E ieri sera ci si è rivisti.
Non siamo riusciti a parlare molto, ma le idee erano poche e ben confuse. Io ho trovato il coraggio di dire che mi piaci, cosa che non pronuncio spesso. Forse dovevo tenerlo per me, ma sono sanguigno e impulsivo. Non potevo lasciarlo da qualche parte nascosto dentro. Dovevo dirtelo, anche se secondo me era palese.
Tu, invece, sembri non aver capito che provi. Ti guardavo mentre lo dicevi, notando molta convinzione nella confusione. Di solito a me queste cose suonano come un "grazie e arrivederci", ma da tutte le cose che mi hai detto a parte "non capisco" mi pare che non sia così. Di solito mollo il colpo, perchè ho come il sentore di dovermi difendere. Che è forse quello che stai facendo tu adesso. Non ti voglio giudicare, vedo solo le cose da fuori, vista la mia lunghissima esperienza di vita, come dici tu.
Non ho la bacchetta magica, purtroppo. Non posso entrare dentro quella testa e disporre tutte le tue cellule cerebrali a cuoricino. Anche perchè sarebbe sdolcinato e melenso. No, non posso.
Però questa confusione mi fa girare le palle e mi affascina allo stesso tempo. Mi fa girare le balle perchè anche tu hai visto qualcosa, ne hai avuto la conferma dal fan club family&friends ma non ti schiodi da quell'ideale del colpo di fulmine. (nota per l'autore: fare causa alla marcuzzi) E' un ideale, un'abitudine come ti dicevo ieri. Non è uno standard. Queste cose non hanno uno standard. E davanti a te hai un barbuto art director, non un barbuto ideale, non un barbuto standard. Barboso forse, ma non devo cominciare coi miei soliti giochi di parole.
E io ti ripeto anche qui, che è difficile il colpo di fulmine nei miei confronti. Perchè non sono una persona cristallina e trasparente, sono schifosamente schivo e selettivo nel farmi conoscere. Sono difficilmente catalogabile, sono un outsider, è ovvio che non rientri in uno standard. Però bisogna lasciarsi l'opportunità di vivere un momento, di gustarlo, di provarci. Sì, preferisco spaccarmi tutti i denti piuttosto che dire di non aver dato il 1000% in una cosa che mi interessa. perchè se una persona ti interessa davvero, come mi scrivesti tu qualche settimana fa, non molli. E io non ho intenzione di farlo.
La parte affascinante del tutto, è guardare con occhio esterno questa strana sinfonia di due persone che si conoscono. I dubbi e le incertezze sono la parte più bella. Perchè sebbene io abbia meno dubbi sulla questione, ricevo e comprendo i tuoi, per cui, quando rimaniamo apiccicati sotto una tenda grondante d'acqua li sento lottare tra di loro, quando la mia pancia è a contatto con la tua. In quell'abbraccio ieri sono crollati i muri, eravamo senza maschere, nudi sotto la pioggia di una Milano gelida con l'acqua alta. Io e te, vicini e oltre a quel vetro che rende tutto distante, dall'altra parte, esterno a noi.
Mi sembra di conoscere la scena...

8½

-...ma che cos'è questo lampo di felicità, che mi fa tremare, che mi ridà forza, vita?
Vi domando scusa, dolcissime creature, non avevo capito, non sapevo...
Com'è giusto accettarvi, amarvi,
E com'è semplice, Luisa... 
Mi sento come liberato, tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero...
Ah come vorrei sapermi spiegare ma non so dire... ecco.
Tutto ritorna come prima, tutto di nuovo confuso.
Ma questa confusione sono io, io come sono, non come vorrei essere, e non mi fa più paura dire la verità, quello che non so , quello che cerco, quello che non ho trovato.
Solo così mi sento vivo, e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna.
E' una festa la vita, viviamola insieme!
Non so dirti altro Luisa, nè a te, nè agli altri.
Accettami così se puoi, è l'unico modo per cercare di trovarci.

-Non so se quello che hai detto è giusto, ma posso provare, se mi aiuti.

(8½ , Fellini)
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onirico


lunedì, 19 ottobre 2009
 

Onirico 40

o40


Ti trovo a gambe incrociate che leggi sul bordo della fontana. Mi piace perchè è la seconda volta che ti trovo leggente mentre mi aspetti. L'aria è fredda, non fa sentire la fontana che la domenica pomeriggio pare non essere interessata a far rumore di suo. Il vociare dei turisti e dei passeggianti si perde nel sole mentre entriamo al Castello Sforzesco. Il parco è lì, che ci scruta ancora stranamente troppo verde per essere a metà ottobre. Tu mentre cammini mi dici che la giornata non è delle migliori. E' più forte di me, ti stringo vicino, voglio farti capire che ci sono. Ci sono un sacco di cani scodinzolosi che si salutano come fanno i signori di un certo livello la domenica tra i banchi della messa. Sono sicuro che uno di questi cani, tra l'altro, assomigli al direttore del coro della mia parrocchia lontana. L'odore dell'autunno è sempre lo stesso per me. E' vero che qua a Milano gli alberi non hanno odori (e fortunatamente nemmeno puzze), quindi lo sento un po' di meno. Ma il gusto è migliore. Perchè non ci sono pensieri collaterali di compiti per il giorno dopo. La scuola ci rovina un sacco di emozioni.
Ci sediamo su una panchina desiderosa di attenzioni. Poverina, era lì da sola, mentre le sue compagne di vialetto avevano coppie petualnti, badanti in conferenza e ciccioni solitari. Secondo me quando ci siamo seduti, è stata contenta.
Sei un po' giù, non c'è che dire. Io intervallo ascolto e aneddoti esilaranti che finalmente girano quelle due parentesi tonde di labbra che ti ritrovi, all'insù. Mi accorgo che ho gli occhiali, e non mi puoi vedere negli occhi. Li tolgo, in fondo il sole negli occhi mi piace, e anche se un po' lacrimano  non me ne frega nulla. Devo cercare di proteggerti da quella prossemica maledetta: gambe dritte e incrociate, con braccia conserte e sguardo troppo basso per due occhioni così. Quando finalmente li alzi, e il sole li filtra laterarmente, vedo vetrate e campi di provenza d'estate. Ecco, tu vorresti essere alle Cinque Terre, io invece vorrei farti vedere cosa significa essere sballottati tra giallo, viola, verde e cicale, tantissime cicale che ti fanno da colonna sonora. Lì non sorridere per il solo fatto di esistere è impossibile.
Le mie parole non bastano, e ti abbraccio. Sai che io non sono un abbracciomane, che mi sento sempre fuoriluogo di base, figuriamoci quando divento un paraurti cosmico antinegatività. Però stranamente mi viene da farlo, (sarà merito anche della tua provocazione sul mio essere freddo?) non mi staccherei anche se ti sento sfuggevole, o meglio, in mezzo ad una tormenta di pensieri che ti colpiscono. Cerco di difenderti come posso, i miei abbracci sono ancora un prototipo, un muletto, un preserie. Ma sono contento così.
Poi fingo di essere offeso per una stupidaggine, teatralmente come sempre, gioco a vederti mentre cerchi di capire che hai sbagliato di fare o dire. Mi proponi una cioccolata, accetto, ma mentre passiamo davanti alla stazione urlo "ma io volevo essere abbracciato!". Ed ecco catapultarsi su di me due braccia che zac, mi stringono e sulla mia faccia infastidita per contratto, la ruga della cattiveria sparisce, perchè è bello che mi abbracci, davvero. Ed è bello che tu mi tiri per un braccio per attraversare nel posto sbagliato la strada. A meno che tu non volessi tirarmi contro una 500 color puffo. Ma voglio credere che non sia così, per stavolta.
Un posto con un nome bello, quasi sempre è una fregatura. Chocolat ha dentro delle commesse che per empatia, formazione ed educazione sarebbero perfette come testimonial di un prodotto per la stipsi o le unghie incarniite (sempre che quest'ultimo esista). Ti rincupisci un po', io tiro un merdone alla maleducata e facciamo fare amicizia a torta e cioccolata. Il dovere ti chiama.
C'è la partita e senza di te che referti non se ne fa nulla. Ora mi tocca odiare anche la pallavolo. Più di quanto la odiassi quand'ero un blob di adolescente piccolo e in sovrappeso.
Ci salutiamo davanti alla bici e mi sforzo, mi sforzo tantissimo di lasciarti andare, perchè io sto bene così, mentre ti faccio da scudo alle passeggere intemperie mentali di oggi e tu mi ricarichi di un non so cosa che mi accompagnerà fin sulla porta di casa, mentre mi leggo e rispondo al tuo sms.




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giovedì, 01 ottobre 2009
 

onirico 39

Era da un bel po' che non ci si incontrava. E poi eccoti lì, sul divano di un terrazzo, sotto uno strano sole caldo di fine settembre e quel maglioncino sottile blu. Ti guardo e ti vedo raggiante, sorridente. Dici che mi trovi in forma, faccio per sedermi e non ci vedo più.
E' strano baciarti mentre sorrido, gli angoli della mia bocca da un po' sono all'ingiù, nonostante li cerchi di mascherare coi baffoni e la barba. Ma stai sorridendo anche tu. Risento il tuo odore che ognitanto mi tornava in mente, ma dal vivo è tutto più fresco, profumato, avvolgente. Ci guardiamo negli occhi, non diciamo niente, non serve aggiungere nulla al sorriso che ci scatta in faccia mentre prendiamo fiato.
In un attimo te lo tolgo quel magliocino, che va a stendersi sopra la mia maglietta bianca appoggiata sul legno scuro e rovinato da sole e salsedine. Quanto avevo voglia di ristringerti e non mollarti, mi sembra di sentire anche in questo momento la mancanza di spazio tra me e te, il respiro simbiotico e ritmicamente accompagnato dal mare che poco più in là, si spacca sulla sabbia.
Non so quanto sia durato quel momento, forse per sempre, forse mezzo giro di ombra degli ombrelloni, il tempo di un castello fatto con cura. Il vento preannuncia ogni mio movimento su di te, è tuo complice mentre mi mordicchi l'orecchio, ti aiuta a scompigliarmi i capelli e porta verso la pianura il nostro momento. Sembra veramente di sognare, ed è così.
Mi alzo, ti cerco accanto a me nel letto, ma non ci sei. Da tanto, troppo tempo. Poi, mentre torno  a casa correndo come un pazzo dal Duomo, eccoti lì. Cammini, tranquillamente in mezzo alla folla, mimetizzandoti perfettamente. Ma non per me. Ti vedo, ti vedo arriavre nella mia direzione, il mio cuore si blocca, l'ombrellone in spiaggia parte, il castello viene portato via dal mare, il vento mi ruba dalla voce un Ciao F. che non avevo mai avuto il coraggio di dirti tutte le volte che ci siamo incontrati per puro caso lungo la via. Ti prendo in contropiede, rispondi di riflesso. poi ti fermi, ti giri e mi guardi. Nel frattempo anche io mi fermo, ti giro, e ti guardo. Tu volevi sapere chi era quel pazzo in bici forse, io volevo sapere se veramente ti ho rivolto la parola. Ti togli gli occhiali. Mi tolgo gli occhiali. Quattro occhi scuri creano una pozza di petrolio in mezzo al bianco del Duomo che appena sbiancato riflette il sole. Non dici niente, nemmeno io. Poi sono F, io sono A. Ti ho già visto, ah sì anch'io, mento spudoratamente, visto che scandisco il tempo in base a quando ti vedo. Gennaio 2008, Aprile 2008, Maggio 2009.
Ritorna il silenzio, ti avvicini. Sto per svenire, e farlo su una bici mi sembra così da sfigati. Arriva un silenzio postatomico in tutta la città, persino lo spot di d&g che arriva dalla Rinascente non si sente più.
Svengo, muoio, mi sono innamorato. Scusa ma devo andare, dici. Anche io, purtroppo.
E così, tutto il giorno, il cinema Andre propone un esterno giorno bianco senza audio, con me e te persi nell'inquietudine di quattro occhi neri.
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onirico


mercoledì, 16 settembre 2009
 

sick and tired

Ci sono cose che non possono rimanere confinate in uno stitico status. E quindi, mi sfogo.
La mia carriera scolastica sta finalmente giungendo al termine. Purtroppo, anche al penultimo esame (che grazie ad un'andreata ho superato superando ogni previsione di voto) ho avuto la conferma di quanta strada ci sia da fare in quella che qualcuno chiama Alta Formazione Universitaria.
Non ho mai avuto un buon rapporto con chi si pone nei confronti degli altri evidenziando e sfruttando disparità dovute dalla posizione. Fin dalle superiori facevo parte del gruppo "è intelligente ma non si applica". E non me ne è mai fregato niente. Il liceo che ho frequentato, mi ha subito fatto capire che non vieni giudicato per quello che sai o per il tuo potenziale. Ma per questioni personali che frullano nella testa di qualcuno che ha il potere di un registro. Sono stato etichettato, con eleganza davanti a tutta la classe, "nullità assoluta" dal mio prof di matematica, e "malato di eterodossia" dal mio prof di storia dell'arte. Quella volta, purtroppo, non avevo la stronzeria che mi contraddistingue ora per rispondere. La lezione era questa: non devi pensare, mettiti in fila e zitto. E non ti devi esprimere: ricordo la prof di inglese, che mi puniva con un 6 e un "try to be serious", perchè quegli esercizi da pappagalli scriventi erano di gran lunga distanti dalle mie (permettetemelo) dismostrate capacità nella lingua, e inventavo le scenette sul present continuous.
Al chè, uno spera di rifarsi all'università. A Trieste, il corso di comunicazione aziendale era come una polpetta del macellaio: ci mettiamo dentro tutto. Perchè, vi chiederete voi? Perchè, a parte 2 casi su 21 esami dati, i docenti non avevano la minima idea di cosa fosse comunicare, ma soprattutto nessun interesse se non fosse tener salda la cattedra. Approfondire un argomento voleva dire ricevere un "io dico che non è così e basta". Esporre le proprie motivazioni a un sociologo in sovrappeso voleva dire "dammi il libretto, 24" Anticipare un trend in marketing voleva dire essere bocciati, "perchè non succederà mai". Studiare psicologia voleva dire stare lontani anni luce da ogni implicazione comunicativa, ma sapere tutto su come far ragionare una macchina. Fare un corso di informatica voleva dire imparare a fare le tabelle con excel. E oltre a inglese1,2 spagnolo 1,2, ti dovevi fare il test prelaurea "per verificare le tue conoscenze" o non ti laureavi.
Benissimo, me ne vado a fare la specialistica in un'accademia a numero chiuso, per di più privata. E devo dire che mi ha insegnato molte cose, nonostante un catalogo di personaggi mica da poco. Dalla capello unto che si presenta con "io sono un'artista", al "a te non ti do la lode perchè non avevi la cravatta nel filmato", al "vi do 28 perchè le tavole non sono mai arrivate a londra" (cosa non vera), all'odierno discorso su frocioni, slave e inutili diritti umani.
Ora, alla luce del mio 37° esame in vista del 38° mi viene da dire: avete rotto. Professionisti affermati (or sort of) dovrebbero elargire (comunicare è troppo mi sa) le conoscenze a gente che si fa un mazzo così, che ci crede, che cerca di non pensare che allora hanno fatto meglio gli altri che hanno scelto di non studiare, che alla nostra età sono indipendenti economicamente e già con le mani in pasta nel mondo del lavoro. Non ho investito 2 anni di retta, fatica, affitto, clausura per avere una fede cieca nelle parole di qualcuno. Ho investito per espandere la mente, capire, imparare, provare a fare. E sebbene, ripeto, mi sia piaciuto quello che ho fatto, sono stufo e stanco di queste masturbazioni cerebrali, evidenti proiezioni di un io non risolto e instabile, di una vista annebbiata dai soldi e dalla consapevolezza di metterla nel culo perchè sei solo uno studente con nulla da dire. Ma se la critica al non aver niente in testa o idee ottuse arriva da voi, cari miei, mi fate ridere. ridere tantissimo. Il fallimentare progetto educativo che pensate di portare avanti ci ha resi così caproni, svogliati, disinteressati come dite voi. Perchè voi ci avete portato a ragionare così. E' una chiara logica di rinforzo nella comunicazione. Ci avete portato a essere dei numeri di matricola nelle scuole pubbliche e dei numeri di iban in quelle private, avete tarpato le ali o azzerato la comunicazione, lo scambio, per ragioni che vanno oltre ogni mia concezione dell'insegnamento.
Una volta mi arrabbiavo un sacco, ora non me ne frega più niente. Perchè grazie al cielo, ma soprattutto al mio cervello e allo scudo anticazzate, non sono come voi.
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pensieri, mavaffan©, perchè certe cose van dette


lunedì, 07 settembre 2009
 

il ranocchio di plastica dimenticato sulla spiaggia



Sono un ranocchio di plastica dimenticato sulla spiaggia.
Il sole, il cielo e il mare hanno colori che la fabbrica tossica cinese dalla quale provengo non riesce a replicare. Mi sento strano, la mia corazza è calda sopra e fredda sotto. Dentro penso di non avere nulla, solo aria, che se mi strizzi fa un suono stridente che ancora non capisco. Dà fastidio a tutti, eppure ci sono un sacco di altri animali in plastica come me che fanno uick!
Ora l'estate è finita, e non mi resta altro che aspettare la corrente che mi prenda e mi porti via. Sarà bello galleggiare verso chissà dove senza sforzo alcuno, senza pensieri.
Anche se so benissimo che non è così. Perchè tutti sappiamo qual è il destino di un ranocchio. O per lo meno, quale dovrebbe essere.
Intanto me ne sto qua, a guardare tutto questo, mentre mi domando se arriverai dal mare o dalla scottante sabbia. Mi pare di vedere le tue braccia che si muovono sincronizzate come una danza di feroci squali controluce, mi pare di sentire affondare sordi i tuoi piedi su di un terreno irregolare che cede alla tua bellezza.
Mi vedi, sono qua immobile, fermo col mio inutile colore diverso dalle altre rane, meditabondo su tutto mentre penso a niente, e ti avvicini. Mi guardi, mi prendi sul palmo della tua mano e i miei occhi scemi incontrano i tuoi, più profondi del mare. Non so nulla di te, sono letteralmente nelle tue mani e ho paura. Paura che come spesso accade le mani si chiudano, prendano lo slancio e mi lancino in mezzo all'acqua per disgusto, o per superficialità, tra le fauci di un cane che mastica il mio sentire per te.
A questo punto non so che fare, vorrei saltare giù per impedirti di buttarmi via, ma non lo faccio. Come ogni volta, come sempre, aspetto che chiudi gli occhi anche tu, mi baci e mi trasformi nel tuo principe. Non ho voluto io l'incantesimo, non ricordo neanche perchè sia successo, e non so se il tuo bacio mi salverà. Perchè magari la soluzione a tutto questo non sei tu, non so nemmeno chi sei, ti immagino da pochi ranosecondi (ranoscendi è sublime, permettetemelo).
L'estate è passata, da bravo ranocchio di plastica ho imparato a nuotare, saltare e  prendere le mosche con la lingua e a fare uick!  a comando. Non sono più un girino, dammi questo bacio, fammi diventare principe e vedrai che sarà più bello rotolarci sulla sabbia, nuotare vestiti e prendere la barca che c'è lì per andare verso quel che sarà.

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mercoledì, 19 agosto 2009
 

onirico 38

Ci ho messo quasi un mese a trovare il coraggio di scrivere. Quel che c'era, ormai non c'è più. Che ci fosse di preciso non lo so nemmeno io. Perchè è vero, ho fatto tutto di testa mia. Sono partito di testa, un'allucinazione sentimentale mi ha fatto credere che ci fosse qualcosa che non c'è.
Avevo capito che la cosa non era reciproca, ma sai, so raccontarla talmente bene che sono stato vittima della mia stessa arte. Non so per quale stupido motivo, ma pensavo che... magari. E invece no, ho dovuto sentirmelo dire a voce, per permettere ad un telefono di riportarmi sulla terra ferma.
Per quanto faccia male, per quanto mi secchi usare la terapia del distacco per dimenticarti sotto certi punti di vista, io non ce l'ho con te. Perchè se la scintilla non s'è innescata non ci sono ragioni che tengano. E' così, così e basta. Lo condivido totalmente, lo capisco. Per quanto mi piacerebbe avere questo potere sul genere umano, non ce l'ho.
Certo, non è facile, ma tant'è. All'inizio faceva più male di quanto ne faccia ora, ma a qualcosa è servito. Mi sono permesso di vivere emozioni che di solito freno, per paura di quello che sarà dopo. Che poi sarebbe quello che vivo adesso. Disillusione, tristezza, melancolia, sfiducia, apatia, silenzio.
Perchè anche se mi piacerebbe tantissimo e viva nell'illusione di trovarti, non ci crederò mai del tutto. Forse sei solo un'ideale, un'ispirazione che non ha incarnato. Non posso farci niente, sebbene mi sia permesso di pensare al concetto di "noi", a prescindere da te, in fondo sento sempre che non accadrà. Non c'entri tu. E non è pessimismo, è fare i conti con la realtà. La mia storia, le mie storie, ciò che ho vissuto e non vissuto, non me lo consentono.
Un po' però mi manchi, e al momento non riesco a capire se sia un bene o un male.

o38
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onirico


sabato, 25 luglio 2009
 

nove metri di tenda nera

Oggi non ho messo il naso fuori di casa. Mi sono alzato solo per bisogni nutrizionali e fisiologici. Io, palestroide della malora, che riesco ad andare in palestra anche la domenica mattina alle 9, non mi sono mosso. Non ho voglia, non ho proprio voglia di far nulla. Non vorrei stare qui, quanto non vorrei stare nemmeno dai miei. Non so dove vorrei stare.
La mia gemella C, nata stesso giorno e stesso anno mio, mi ha detto che tutto questo mi farà bene, perchè è crescita emotiva, perchè mi sto permettendo di vivere le emozioni, che magari ho sempre evitato. Devo ancora capire bene cosa mi dia fastidio in questi giorni. Perchè potrei rispondere tutto!, come potrei rispondere niente.
Oggi ho spaventato, col mio pessimo carattere, anche il ragazzo che consegna le pizze. Beh una cosa l'ho capita, ma la sapevo già: quando mi girano, devo stare appeso al buoi testa in giù nella mia caverna. E buongiorno. Ieri rispondo male al malcapitato fan che mi trova su fb, oggi fingo entusiasmo al telefono con mia madre per non destar sospetti. La cosa più divertente in tutto questo è che chi scrive si occupa di comunicazione.
Ieri sera, ero al concerto di Morricone. Ho visto su quel palco un centinaio di persone che per me prima erano solo una traccia di un cd comprato nel cesto delle offerte. Ricordo il mio corpo lì, scomodo sull'arena, mentre roteavo attorno al palco. La coreografia della musica è impressionante. Gli archi danzano veramente sulle note, la bacchetta di Morricone era l'etoile del palco, il coro mi sembrava una gigantesca scenografia mobile. Di solito mi sento sempre ignorante, ma stavolta ero contento di non conoscere tutti i film che venivano "suonati": non potevano influenzare l'immaginazione. Ad un certo punto vedo del movimento scuro sul lato del palcoscenico. Una tenda nera, fissata alle estremità, veniva sbattuta dal vento a tempo di musica. Non mi è servito molto tempo per capire che ero io. Alta, dritta, imponente, nera, eppure così traballante, morbida, leggera, in balia di ciò che le accade attorno. Il vento che fortunatamente ci rinfrescava la buttava contro la struttra metallica, esaltandone le curve, i giochi di aria la gonfiavano, la schicciavano, era una vela, erano dei tubi, era una bandiera, erano delle sbarre a seconda del soffio.
Oggi il service l'avrà smontata e arrotolata in un camion, per finire chissà dove. Ecco, oggi sarei finito arrotolato anch'io. Ma sono sempre esagerato, io preferisco uscire di scena col botto: infatti, è venuto giù tutto. Doloroso, ma avreste dovuto vedere la scena. Nove metri di cascata urlata in silenzio, nera lucida al taglio della corda, litri e litri di tessuto lucido a bagnare il palco, a inondare l'arena, scrosciando vari rantoli di rabbia e aiuto, ricoprendo tutta l'arena e la mia giornata come un'eclissi al contrario. Sì, al contrario, un'eclissi per terra, uno spandersi di tutto il nervoso che mi tenevo dentro da due settimane a questa parte. Catrame che mi ha incollato a casa, catrame che avrei volentieri bruciato fumandoci in mezzo, mentre cercavo di capire che mi passa per la testa, per l'anima, per il pisello.
Non ho ancora capito, non sto per nulla meglio, e sento che quel che capirò mi farà ancora più male. Ma tanto...
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pensieri


mercoledì, 22 luglio 2009
 

onirico 37

Perchè sei solo un coglione Andre. Non ce la fai, non ce la fai proprio a trattenere le tue proiezioni. A farti castelli in aria che crollano per davvero però. Hai avuto qualche avvisaglia che ti facesse pensare che questa volta andasse bene? Fuori dalla tua testa intendo? te ne ha date? No. Perchè sei un coglione. Perchè devi vivere tutto come un kolossal quando magari è solo una televendita. Scemo.
Quello che sospettavi alla fine era vero? Non lo sai o non vuoi ammetterlo? Perchè non riesci a staccarti dalle tue scontate sfigate trame sentimentali, dai tuoi acuti convincimenti in technicolor? Ti appigli a dei momenti che ti fanno morire e pensi sia tutto così. Sveglia coglione, hai 27 anni. E come al solito, non hai capito un cazzo. Ma come si fa? Perchè lo fai ogni volta, quindi è patologico. E come tutti i recidivi sei un patetico ridicolo sfigato. Vai a cagare.
Per fortuna che non ti sei esposto, che come al solito sei riuscito a salvare la faccia, con quella maschera di barba e indifferente simpatia. Mettiti a studiare e poi a lavorare, sei venuto per fare questo no? e allora fallo.
Fallo e vaffanculo.
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onirico
 

onirico 36

Apro gli occhi e ti vedo accanto a me. Da tempo, forse da sempre, non sono abituato a svegliarmi accanto a qualcuno. Me ne accorgo perchè capisco subito che la cosa mi piace, mi piace anche che sia tu, a dormire accanto a me. Ti guardo, sei come al solito sopra le coperte, un po' russi ma te lo perdono. E' tutto così strano, è tutto così...così. Non lo so nemmeno io, mi rendo conto che abbiamo dormito appiccicati, cosa per me incredibile. Sì, perchè sono sempre stato schivo, vergognoso, nel senso basico del termine, ho sempre provato vergogna nell'affrontare il lato fisico delle persone, io che ho sempre odiato il mio, con cui non volevo avere nulla a che fare, e che per fortuna ora conosco e cerco di apprezzare.
Non lo so a che ora abbia aperto gli occhi, in quel momento non c'era spazio, non c'era tempo, solo un po' di luce a fette che entrava dagli scuretti chiusi la sera prima. C'eri tu, e c'ero io. Nudi dentro e fuori. Tutta la mattina rimaniamo vicini, stretti, avvinghiati, prima di dar colpa al caffè per l'abbandono del letto. In cucina, mentre ti preparo il caffè, succede qualcosa di strano. Rivivo una cosa che avevo sognato e scritto anni fa. Un deja vù onirico. Mica da tutti.
La macchina del caffè ha bollito il nero buongiorno all'americana, prima che riesca a mettere lo zucchero nella tua tazza, arrivi e mi abbracci da dietro. Le tue braccia mi cingono, sento la tua pancia sulla mia schiena, avverto il tuo respiro sul collo. Il caffè può attendere, non posso perdermi il momento, un momento che quella mente bacata idealista che mi ritrovo mi aveva fatto assaggiare tempo prima. Però così è molto più scenografica, sarà perchè non siamo vestiti, sarà perchè sento la tua presenza, e vedo solo due braccia attorno al petto e due piedi vicino ai miei. Io, io che odio le persone che mi toccano non autorizzate, ti incollerei a me con l'attack, anche se non sarebbe sufficiente a fermare questo ricordo come si è piazzato nella mia mente.
Sicuramente sbaglio a scrivere queste righe, come ho sbagliato di sicuro a dirti che mi piace svegliarmi accanto a te. Infatti mi hai subito ricordato che il romanticismo non ha ragion d'essere. Ok. Però sai, non ci posso fare niente, le mie doti comunicative in queste cose vanno a puttane, c'è un cortocircuito, non filtro come ho imparato a fare. E poi è vero, mi piace quando sei lì, il tuo collo si gira verso di me, mi regala una macro non ben definita di occhi-naso-bocca con gli angoli all'insù.


o36

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onirico


lunedì, 20 luglio 2009
 

onirico 35

Ultimamente non ho più tempo per nulla. Sono le sei di mattina, ho appena finito di scrivere ciarle su un report, e mi accorgo che è già giorno da un po'. Mi accorgo che non mi dispiacerebbe averti qua, o meglio di là, in camera, mentre dormi rigorosamente sopra le coperte come fai tu. Sarà la stanchezza, le ventidue ore in piedi, ma mi torna in mente il temporale della settimana scorsa. Eravamo nelle rispettive terrazze a filosofeggiare al telefono tra sigarette e fulmini, mentre cercavamo di capirci, mentre cercavo di capirti. Guardavamo fanali rossi e ascoltavamo treni in lontananza, sperando che le nuvole iraconde si portassero via tutti i pensieri che ci attenagliano in questo periodo. E così è stato. Ad un certo punto non ho sentito più nulla, la mia terrazza ha perso i confini e ci siamo ritrovati vicini, in piedi, in mezzo ad un campo senza fine, completamente fradici. Tu non dicevi nulla, incredibilmente neanch'io. Non so che pensassi tu in quel momento, io come l'altra mattina quando ti ho visto dormire accanto a me, mi sono sentito incredibilmente calmo e sereno, nonostante il temporale. Spesso parliamo del sentirsi soli, del non esserlo mai veramente, eppure continuare a sentire un senso di inquietudine dominante. In quel momento no c'era. Non c'era alcun pensiero esistenziale, sentivo solo il contatto del tuo corpo sul mio, che non era più abituato a sentirne un altro così vicino.
o35
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