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mercoledì, 16 settembre 2009
Ci sono cose che non possono rimanere confinate in uno stitico status. E quindi, mi sfogo.
La mia carriera scolastica sta finalmente giungendo al termine. Purtroppo, anche al penultimo esame (che grazie ad un'andreata ho superato superando ogni previsione di voto) ho avuto la conferma di quanta strada ci sia da fare in quella che qualcuno chiama Alta Formazione Universitaria.
Non ho mai avuto un buon rapporto con chi si pone nei confronti degli altri evidenziando e sfruttando disparità dovute dalla posizione. Fin dalle superiori facevo parte del gruppo "è intelligente ma non si applica". E non me ne è mai fregato niente. Il liceo che ho frequentato, mi ha subito fatto capire che non vieni giudicato per quello che sai o per il tuo potenziale. Ma per questioni personali che frullano nella testa di qualcuno che ha il potere di un registro. Sono stato etichettato, con eleganza davanti a tutta la classe, "nullità assoluta" dal mio prof di matematica, e "malato di eterodossia" dal mio prof di storia dell'arte. Quella volta, purtroppo, non avevo la stronzeria che mi contraddistingue ora per rispondere. La lezione era questa: non devi pensare, mettiti in fila e zitto. E non ti devi esprimere: ricordo la prof di inglese, che mi puniva con un 6 e un "try to be serious", perchè quegli esercizi da pappagalli scriventi erano di gran lunga distanti dalle mie (permettetemelo) dismostrate capacità nella lingua, e inventavo le scenette sul present continuous.
Al chè, uno spera di rifarsi all'università. A Trieste, il corso di comunicazione aziendale era come una polpetta del macellaio: ci mettiamo dentro tutto. Perchè, vi chiederete voi? Perchè, a parte 2 casi su 21 esami dati, i docenti non avevano la minima idea di cosa fosse comunicare, ma soprattutto nessun interesse se non fosse tener salda la cattedra. Approfondire un argomento voleva dire ricevere un "io dico che non è così e basta". Esporre le proprie motivazioni a un sociologo in sovrappeso voleva dire "dammi il libretto, 24" Anticipare un trend in marketing voleva dire essere bocciati, "perchè non succederà mai". Studiare psicologia voleva dire stare lontani anni luce da ogni implicazione comunicativa, ma sapere tutto su come far ragionare una macchina. Fare un corso di informatica voleva dire imparare a fare le tabelle con excel. E oltre a inglese1,2 spagnolo 1,2, ti dovevi fare il test prelaurea "per verificare le tue conoscenze" o non ti laureavi.
Benissimo, me ne vado a fare la specialistica in un'accademia a numero chiuso, per di più privata. E devo dire che mi ha insegnato molte cose, nonostante un catalogo di personaggi mica da poco. Dalla capello unto che si presenta con "io sono un'artista", al "a te non ti do la lode perchè non avevi la cravatta nel filmato", al "vi do 28 perchè le tavole non sono mai arrivate a londra" (cosa non vera), all'odierno discorso su frocioni, slave e inutili diritti umani.
Ora, alla luce del mio 37° esame in vista del 38° mi viene da dire: avete rotto. Professionisti affermati (or sort of) dovrebbero elargire (comunicare è troppo mi sa) le conoscenze a gente che si fa un mazzo così, che ci crede, che cerca di non pensare che allora hanno fatto meglio gli altri che hanno scelto di non studiare, che alla nostra età sono indipendenti economicamente e già con le mani in pasta nel mondo del lavoro. Non ho investito 2 anni di retta, fatica, affitto, clausura per avere una fede cieca nelle parole di qualcuno. Ho investito per espandere la mente, capire, imparare, provare a fare. E sebbene, ripeto, mi sia piaciuto quello che ho fatto, sono stufo e stanco di queste masturbazioni cerebrali, evidenti proiezioni di un io non risolto e instabile, di una vista annebbiata dai soldi e dalla consapevolezza di metterla nel culo perchè sei solo uno studente con nulla da dire. Ma se la critica al non aver niente in testa o idee ottuse arriva da voi, cari miei, mi fate ridere. ridere tantissimo. Il fallimentare progetto educativo che pensate di portare avanti ci ha resi così caproni, svogliati, disinteressati come dite voi. Perchè voi ci avete portato a ragionare così. E' una chiara logica di rinforzo nella comunicazione. Ci avete portato a essere dei numeri di matricola nelle scuole pubbliche e dei numeri di iban in quelle private, avete tarpato le ali o azzerato la comunicazione, lo scambio, per ragioni che vanno oltre ogni mia concezione dell'insegnamento.
Una volta mi arrabbiavo un sacco, ora non me ne frega più niente. Perchè grazie al cielo, ma soprattutto al mio cervello e allo scudo anticazzate, non sono come voi.
sabato, 25 luglio 2009
Oggi non ho messo il naso fuori di casa. Mi sono alzato solo per bisogni nutrizionali e fisiologici. Io, palestroide della malora, che riesco ad andare in palestra anche la domenica mattina alle 9, non mi sono mosso. Non ho voglia, non ho proprio voglia di far nulla. Non vorrei stare qui, quanto non vorrei stare nemmeno dai miei. Non so dove vorrei stare.
La mia gemella C, nata stesso giorno e stesso anno mio, mi ha detto che tutto questo mi farà bene, perchè è crescita emotiva, perchè mi sto permettendo di vivere le emozioni, che magari ho sempre evitato. Devo ancora capire bene cosa mi dia fastidio in questi giorni. Perchè potrei rispondere tutto!, come potrei rispondere niente.
Oggi ho spaventato, col mio pessimo carattere, anche il ragazzo che consegna le pizze. Beh una cosa l'ho capita, ma la sapevo già: quando mi girano, devo stare appeso al buoi testa in giù nella mia caverna. E buongiorno. Ieri rispondo male al malcapitato fan che mi trova su fb, oggi fingo entusiasmo al telefono con mia madre per non destar sospetti. La cosa più divertente in tutto questo è che chi scrive si occupa di comunicazione.
Ieri sera, ero al concerto di Morricone. Ho visto su quel palco un centinaio di persone che per me prima erano solo una traccia di un cd comprato nel cesto delle offerte. Ricordo il mio corpo lì, scomodo sull'arena, mentre roteavo attorno al palco. La coreografia della musica è impressionante. Gli archi danzano veramente sulle note, la bacchetta di Morricone era l'etoile del palco, il coro mi sembrava una gigantesca scenografia mobile. Di solito mi sento sempre ignorante, ma stavolta ero contento di non conoscere tutti i film che venivano "suonati": non potevano influenzare l'immaginazione. Ad un certo punto vedo del movimento scuro sul lato del palcoscenico. Una tenda nera, fissata alle estremità, veniva sbattuta dal vento a tempo di musica. Non mi è servito molto tempo per capire che ero io. Alta, dritta, imponente, nera, eppure così traballante, morbida, leggera, in balia di ciò che le accade attorno. Il vento che fortunatamente ci rinfrescava la buttava contro la struttra metallica, esaltandone le curve, i giochi di aria la gonfiavano, la schicciavano, era una vela, erano dei tubi, era una bandiera, erano delle sbarre a seconda del soffio.
Oggi il service l'avrà smontata e arrotolata in un camion, per finire chissà dove. Ecco, oggi sarei finito arrotolato anch'io. Ma sono sempre esagerato, io preferisco uscire di scena col botto: infatti, è venuto giù tutto. Doloroso, ma avreste dovuto vedere la scena. Nove metri di cascata urlata in silenzio, nera lucida al taglio della corda, litri e litri di tessuto lucido a bagnare il palco, a inondare l'arena, scrosciando vari rantoli di rabbia e aiuto, ricoprendo tutta l'arena e la mia giornata come un'eclissi al contrario. Sì, al contrario, un'eclissi per terra, uno spandersi di tutto il nervoso che mi tenevo dentro da due settimane a questa parte. Catrame che mi ha incollato a casa, catrame che avrei volentieri bruciato fumandoci in mezzo, mentre cercavo di capire che mi passa per la testa, per l'anima, per il pisello.
Non ho ancora capito, non sto per nulla meglio, e sento che quel che capirò mi farà ancora più male. Ma tanto...
martedì, 27 gennaio 2009
La lamentatio tremens di ieri si è esaurita.
Alle 17.50 è arrivata la telefonata che aspettavo con trepidante ansia. Finchè non è tutto nero su bianco non ho intenzione di scrivere di cosa si tratta, ma sono proprio contento. Il salvagente è arrivato, al solito si tratta di un progetto a lungo termine, ma le cose vanno attese per essere apprezzate.
Certo, ho dei dubbi se sia il giusto salvagente, ho dei dubbi se sarò all'altezza, ho dei dubbi sulle ripercussioni che questo salvagente avrà sul mio futuro. Ma sappiamo tutti che di dubbi ne ho molti e su molte cose, quindi conviviamoci e non preoccupiamoci.
Spero con tutto il cuore che il progetto vada in porto, e sono sicuro che sia merito anche della nuova visione delle cose inaugurata col 2009. Ieri ero incazzato e ubbioso, ma è stato un errore. Mi succede spesso di scordare che sono solo un essere umano, e che se anche faccio tutto ciò che è in mio dovere, anzi nelle mie possibilità non tutto mi sarà dovuto. In uno dei principi zen che mi sto studiando in questo periodo, è scritto "Accepting what each moment offers, I will realize that I am not separate from any aspect of life."
Vi domanderete se mi sto riavvicinando al buddismo, la risposta è non lo so, sapete che non amo le etichette. Però, l'altro giorno, mentre facevo le ricerche video per quel brutto brief sugli hospice, mi sono imbattuto in una donnina piccina e seduta nella posizione del loto, che mi spiegava la visione della fine della vita. Ho scoperto essere una roshi, ossia una guida, un maestro che ha compreso i fondamenti profondi del Dharma. Mi ha rapito, mi ha commosso e mi ha messo addosso una curiosità e una voglia di conoscere che non saprei spiegare.
Al solito, mi sono trovato una guida spirituale lontanissima. Che ci volete fare?
Vado a studiare.
venerdì, 16 gennaio 2009
Prima settimana di accademia passata. Non ho molto da dire al riguardo, è passata, senza danni. Sono anche contento di esserci andato. Ok, non mercoledì mattina, ma ho trovato, non so dove, un filtro anti-negatività. E' un non me ne frega, ma nell'accezione buona del termine. Ho deciso che non mi devo ridurre un surrogato di vita nevrastenico per colpa del signorotto di turno. Sono qui, sono contento di esserci, sono contento di finire a giugno, ma non sono disposto a ipotecare la mia vita alla prestigiosa N. (per motivi di google non scrivo il nome, si sa mai)
Sono qui, faccio quello che mi si dice di fare, lascio i giudizi fuori, azzero i miei pensieri per imparare. Anche se non me ne frega nulla di certe cose. Sono venuto qui per questo, ed è quello che devo fare. Non so dove ho trovato questa presunta saggezza, ma pare funzionare. Ho persino salutato il mio arcinemico e dato un consiglio di viaggio a chi proprio non è nella top ten delle mie simpatie.
Sarà che mi sento oltre. A cosa non so.
Tutto è cominciato camminando per le strade della mia vecchia città, con A e G. ,ci troviamo davanti ad uno storico calzolaio del centro, che mi entra nel campo visivo. LA RINNOVATRICE. Trovato il mood dell'anno, concorda l'academy. Quindi dopo l'anno della lesbica e quello dei punti luce, ecco l'anno della rinnovatrice. Declinato in rinnovare, ridimensionare e rimorchiare, per l'esattezza.
Rinnovare il patto di miglioramento continuo, di ricerca di me, di momenti felici. Ridimensionare le paranoie e le negatività. Rimorchiare, che non fa mai male, perchè rinnovo e ridimensiono la strategia.
Il tutto si è manifestato in "faccio tutto quel che posso, sempre". Su tutti i fronti. Non so da dove mi venga quest'energia, ma qualcuno, 20 anni fa nella mia taverna cantava: posso dire di ogni cosa che ho fatto a modo mio, ma con che risultati non saprei. E non me ne frega. Nulla.
Elimino alla radice i problemi che non esistono, la negatività, faccio i pensieri positivi perchè ho visto che ne attirano altri, tanti altri.
Un esempio? In quindici giorni ho fatto tutte le cose che rimandavo, corregere bozze, ridare vita a quel minchia di gruppo su flickr, preparare locandine, montare un video. E in cambio mi sono ritrovato una proposta di lavoro, una indecente e una di viaggio. Non mi interessa sapere quali vadano in porto e quali a puttane.
Altro? Ti vedo, mi piaci, ti scrivo. Non mi rispondi? Amen, il mio l'ho fatto, non era destino, o forse non è il momento.
Poi, come ho scritto l'altra sera, sento un tuffo al cuore nel luogo che mai avrei pensato me lo facesse sussultare. Non so se ritroverò quello sguardo sabato, mi basta averlo trovato la settimana scorsa.
Dovrei solo smetterla di innamorarmi a scadenza settimanale.
Messaggio per la sfiga: non mi sto vantando, sto facendo un elenco, quindi se puoi non punirmi, grazie.
La visione karmica delle cose mi aiuta, veramente. Anche quando non è facile.
Il destino, o chi per lui, ha deciso che per qualcuno le cose non debbano andare. Io me ne fotto, e sebbene la situazione sia pesante(non per me, s'intenda), io faccio quello che posso: cerco di esserti vicino. Come posso e se posso. Non è facile, però, essere tutto sorrisi e canzoni quando vedo molte persone a cui tengo trovarsi nello status opposto. Ho visto e vissuto lamentele fisiche e virtuali, e ammetto che mi veniva da dire che palle. Ma questo strano sentirmi che vien da non so dove ha avuto la meglio. Non posso e non voglio risolvere i problemi degli altri, posso solo donare la positività, finchè c'è. Una delle regole che sottoscrissi a ottobre, fu quella di "considerare gli altri al mio pari". Ecco, un passo alla volta. Ora considero gli altri, senza pensare al tornaconto.
Quante volte ho scritto, urlato, abbaiato dell'importanza dello scambio in queste pagine. Ora non ci penso più, lo faccio e basta, mi viene naturale. E ripeto, non so da dove.
Non sto diventando santo, non preoccupatevi, anche ieri sono stato orribile. Sì, nel rifiutare un'abbordaggio per motivi fisici e futili come essere alla Sma. Un passo alla volta, mi sto rinnovando, non ricostruendo da zero!
domenica, 05 ottobre 2008
L'ho detto migliaia di volte in questo blog. Io amo la tv. Così, mentre me ne sto per andare a dormire, faccio zapping e vedo dei fotogrammi che mi ricordano qualcosa. C'è da zero a dieci.
Visto per la prima volta nei miei early 20s, subito messo tra i film preferiti. Ricordo come fosse ieri. Abitavo a Trieste, era il 2003, me l'ero "comprato" da winmix, avevo messo la sedia vicino al letto e, la notte del 5 marzo, me lo sono guardato aspettando il mio compleanno. In macchina avevo anche l'mp3.
Da pessimo sfigato sentimentaloide ricordo subito i lacrimoni, ma non chiedetemi perchè. Ne ho appena rivisto metà, e mi rendo conto che non avevo capito molto del film. Non riesco a ricordare cosa mi affascinasse così tanto, se non lo spezzone della canzone/balletto in mezzo a Rimini. Perchè a 21 anni era un po' una cazzata trovarsi nel film, dove i 35enni si davano i voti per quello che avevano fatto o no negli ultimi 20. So solo che in quel momento il bilancio non era proprio positivo, odiavo la città, volevo cambiare università, mi innamoravo a scadenza trimestrale con tanto di sceneggiature da quarta categoria (lei che non mi caga e io chiuso in camera al buio come un 13enne), poi avrei fatto quel provino idiota per la tv, esami pochi.
Era un periodo però di grande fiducia, ma fiducia scema, o forse un po' ingenua, perchè aspettavo che le cose accadessero e avevo una sicumera dalle fragili fondamenta. Erano gli anni in cui accumulavo le incompresioni con mio padre, in cui fingevo di aver affrontato e risolto il divorzio, in cui avevo amicizie che a mente anziana non capisco perchè stessero su. O forse sì, ma questo rientra in un bisogno postadolescenziale di avere una cumpa, cosa che non avevo e che non ho mai avuto.
Riguardo il film, così lontano dalla mia realtà di allora e di oggi, e mi si accendono mille pensieri. Non ho l'età dei protagonisti, e non so se tra 10anni mi metterò a rivederlo. Quando l'ho visto forse lo pensavo, ma era una fase diversa, ero ancora al capitolo 5, o forse alla fine del 4 della mia storia.
Lo ammetto, avverto del fastidio, perchè ormai accettata la vecchiaia, continuo ad essere confuso. E' per questo che quando mi trovo ad affrontare la domanda "dove si vede tra 10anni" non so cosa rispondere, non so nemmeno chi cosa dove sarò l'anno prossimo!
Come faccio a farvi capire che non è inconcludenza, pigrizia, sconsideratezza? Io veramente cerco di capire, ma per più domande mi faccia, meno risposte trovo. E dire che sembra così facile, mi sento circondato da persone che bene o male sanno dove stanno andando. Io proprio no.
Cerco risposte in me, nei libri, per strada, nell'arte pur non sapendone niente. Per ora ho capito solo dove non voglio vivere o cosa non voglio fare, ma mi sembra di giocare a indovina chi, di cercare le risposte per esclusione.
Non vorrei che questa pacifica convivenza con la confusione diventasse uno status quo. Perchè mi sembra di non andare avanti. O di stare fermo, se preferite. E non lo dico con piagnisteo eh, è solo un pensiero vomitato sulla tastiera.
Forse sono solo in fase centrifuga. Sono fermo ma al tempo stesso faccio mille giri al minuto sui soliti dilemmi.
Soluzioni? Si accettano proposte.
venerdì, 03 ottobre 2008
Ce l'ho sulla punta della lingua da sabato scorso. Ho cercato di non dare peso a questa cosa ma mi ha fatto incazzare come una bestia.
Ho commesso un crimine. Un crimine capitale in una città come Udine. Sono entrato in profumeria, e l'ho fatto per me. Sapete che sono tanto alto quanto vanitoso, che io il deodorante non lo compro al supermercato, perchè la fase Axe Tempest l'ho superata 14 anni fa.
Esco e vado verso la macchina, col sacchetto di Sephora in mano, sottovalutando le conseguenze di portare una cosa fucsia con me. Davanti al Cappello, incrocio una cumpa di giovini udinesi, che guarda il mio sacchetto, poi me e poi il sacchetto. Oltrepasso e accolgo la sentenza: FROSCIO.
Alchè mi trattengo, perchè loro sono in 4 e sono palesemente di via Riccardo, nonostante l'accento non nordico. Abbaio solo un "a differenza di te, ho una laurea, ho scritto due libri e parlo 5 lingue, VAI A LAVORARE".
Giuro, ero pronto a fare a botte, ma ne avrei prese tante, anche se corro veloce. Lì ho capito che dovevo andarmene dalla mia "amatissima" città.
Era da tanto che non mi veniva urlato addosso tale epiteto. L'ultima volta me l'ero cercata, scattò il momento revival in balera e mi permisi di ballare la Cuccarini. Si sa, i maschi ballano solo per appoggiare il cazzo sulla donna con cui eiaculare in serata, non per divertirsi.
Per non parlare del commento scherzoso sul taglio di capelli milanese "sembri una checca isterica"., foto messa su fb così per farci 4 risate. Come se io, che ho lasciato giocare il parrucchiere, non pensassi ad altro che sveglarmi presto la mattina per lisciarmi i capelli.
E' che io di norme e consuetudini non me ne sono mai inteso tanto, e quindi ne ho pagato sempre le conseguenze, nel bene e nel male.
Permettetemi però di abbassare il livello delle mie esternazioni, perchè basta, mi son rotto il cazzo. O popolo bue, avete ragione, io non sono come voi, e non lo sarò mai. Io non rimorchio in discoteca, non gioco a calcio, non parlo solo di figa e ho un cervello.
Un cervello indubbiamente superiore al vostro, soprattutto per una questione di forme. Perchè anch'io, come voi e come tutti, giudico gli altri. Però non lo urlo, perchè a me le persone che urlano mi danno fastidio, e mi puzzano di ignoranza. Mi basta sapere che non sono così e guardo avanti col sorriso.
Sì, vi reputo feccia, rifiuti umani, merde perdenti che finiranno la loro inutile e bassa esitenza sentendosi dei grandi. In questo vi ammiro.
Così poche nozioni sulla vita e così tante certezze. Io ho 26 anni, e mi pare di non avere capito o concluso ancora niente, sono in continuo mutamento e alla ricerca di me stesso. Mi faccio un culo così, faccio una minima parte di quello che vorrei fare perchè non ho tempo per il resto. A differenza di voi, vivo in una metropoli e non nel Bronx di una città di provincia, e nonostante questo sono uscito 10 volte in sei mesi.
Ringrazierò finchè avrò fiato la mia famiglia per avermi aperto la mente e il portafogli, per non essere come voi.
"E, per quanto riguarda voi, trovo che sia molto stupido e profondamente volgare vedere e giudicare l'animo di un uomo così come voi fate (...). Non avete nessuna delicatezza Pare che esista una verità unica, e questo è ingiusto."
Non l'ho detto io, l'ha detto Dostoevskij nel 1869, in un libro che vi consiglio, se non altro perchè almeno nel titolo possiate ritrovarvi: L'Idiota.
Sempre che sappiate leggere.
Firmato il fròscio, la checca isterica, il ricchione.
mercoledì, 17 settembre 2008
...sì, perchè la Marini direbbe così.
Io credo che quel simpatico astrologo mi insegua. O mi spii. Perchè non può sapere tutto.
E poi io mi chiedo: se sai tutto, perchè non mi avverti? Mi risparmierei un sacco delle mie inutili ansie.
E' un po' che non scrivo di tutto ciò che non è sentimentale o presunto tale. Ho saputo che alcune accorate e fedeli lettrici si erano addirittura spaventate per le mie crisi esistenziali. Tutto sotto controllo, non preoccupatevi troppo.
E' da ieri che sento che il vento è cambiato, non so perchè ma mi sento in grado di spaccare il mondo, di essere forte, magari zoppicante di cuore, ma non credo ci sia qualcosa che possa fermarmi. Sono carico, perchè so che ce la posso fare, nonostante tutto.
Come l'araba fenice, risorgo. Anche se il mio cuore è stato calpestato di nuovo, ma dopo anni, continuo a crederci. Se poi mettiamo in conto che l'ho calpestato io, potremmo addentrarci in una lunga discussione psicoanalitica che preferisco evitarmi ed evitarvi.
Quella santa donna che ha l'onore e l'onore di vivere con me l'altro giorno mi ha fatto cadere dal pero. Non ricordo le parole precise, ma il discorso era più o meno così: scendi dalla giostra. Ha ragione, tutti i pensieri, pensieracci e pensierini sono legati ad un ideale di vita, persone, sentimenti che mi sono costruito. E dire che l'età degli ideali pensavo se ne fosse andata coi capelli lunghi e la fase pseudocomunista del sottoscritto.
Forse ha ragione sua santità quando dice "vuol dire crescere", e da guru qual è, non ti dice come si fa. Ma si fa.
Quindi, dopo quest'estate durata 40 giorni, faccio i propositi di inizio anno: limitare i piagnistei, trasformare la negatività e smetterla di inseguire la presunta anima gemella di turno. E' una questione di grinta, o chiamatela come vi pare, che se non c'è deve partire dalle domande esistenziali chi sono/cosa farò/con chi.
L'avevo scritto tempo fa, voglio andare a dormire con la coscienza pulita, aver fatto qualcosa per cambiare la situazione. o almeno per migliorarla.
giovedì, 17 luglio 2008
Questa sigaretta fa proprio schifo, ha il sapore dell'ultima settimana, di questo luglio con cui non vado d'accordo.
Non ce la faccio ad essere propositivo, combattivo, agguerrito come al solito. Sono un castello di sabbia in balia della marea che sale. Un pezzettino alla volta, mi squaglio, mi faccio portare via.
Tu non ci sei, e nemmeno i surrogati. Mi sembra di aver perso il tuo numero scritto sulla bustina dello zucchero ancora prima di aver preso il caffè con te. Non è più un dove sei, è un chi sei, e poi, dove minchia sei.
E' complicato, non so chi sono io, come potrei presumere di sapere chi sei tu. E dire che credevo di aver capito chi sono io, ma avevo preso un abbaglio. Mi sembra di aver camminato senza passi, mi giro e non vedo le mie orme. Sì, sono sempre più confuso. L'ho sempre vista come una grande opportunità di crescita, ora lo vedo come un fallimento. Sarà che sono stanco, che ho bisogno di staccare, perchè non è possibile che una cosa che ho voluto così tanto non mi piaccia, sia un peso.
Me ne accorgo ogni giorno che passa, il mio brutto carattere è in fase pessimo carattere, e così divento un " cattivo soggetto, faccio cose cattive alle persone oneste", ho una sopportazione pari a zero, sono indisponente e scazzato.
Da teatrante da 4 soldi continuo nel recitare la parte, perchè i veri problemi sono altri, come ha testimoniato la notiziaccia dello scorso weekend. Perchè non riesco a godermela, non riesco a vivermela senza il fardello di responsabilità che nessuno mi ha chiesto di portare in giro. Ma sappiamo che sono fatto così.
Boh.
sabato, 28 giugno 2008
Non lo so, ho rimandato questo momento per tanto tempo.
Avevo paura di scriverlo perchè se lo metto nero su bianco sembra vero ufficialmente.
Sono triste.
Non volevo scriverlo perchè non voglio far preoccupare chi mi legge, non volevo scriverlo perchè sono così stufo di essere un eterno insoddisfatto.
Credevo che cominciare una nuova vita qui fosse diverso. Ci sono state un sacco di soddisfazioni e cibo sano per il mio ego che in terra natia non ha mai avuto la giusta considerazione.
Però mi sono accorto che in 6 mesi non ho fatto che studiare e studiare. Non c'è stato null'altro. Ho visto la mia vita da dietro una finestra, non ho vissuto, mi sono fatto vivere dall'accademia. In sei mesi sono uscito sei volte, e abito a Milano, non a Cerneglons.
Il tutto secondo i piani, ma poi ci sono cose che accadono e ti fanno girare i coglioni. Signorotti che decidono per te, concubine che si guadagnano voti alti, fottuti parassiti di merda, e continua pressione, sempre e comunque.
Dalla mattina alla notte un continuum, sei ore di sonno di media e null'altro.
Sì, sono tornato, confuso e cogitabondo. Ma che ci volete fare, sono così, non mi sentirò mai arrivato, ma sempre in continua ricerca.
La fase uno è praticamente finita, e come al solito sento di aver sbagliato. L'unica cosa che è migliorata è il fatto di aver fatto subito più esami possibile.
Sì, ho sbagliato, non ho fatto niente che farmi vivere dall'accademia.
Non leggo, non scrivo più, faccio qualche foto così per sentire che sono ancora vivo, e non esco. Ho lasciato da parte per troppo tempo la gestione di questo corpo che continuo ad odiare, e assieme ad esso la ricerca. La mia ricerca.
I miei rapporti sono esclusivamente e sconsideratamente telematici. Internet è meglio delle sigarette ultimamente. Ecco, sputato fuori tutto quello che non va.
Mi sento un automa, e per questo noioso e sì, cosa che mi fa più male di tutte ammettere, molto solo. E' vero, ho avuto i miei divertimenti in questi mesi, ma non bastano. E così mi ritrovo a camminare fino in Duomo, con la schiena dritta, la faccia delle foto e messo giù da gara per far vedere cosa offre il mercato del lusso, quando a me basterebbe una buonanotte sussurrata in un orecchio, un abbraccio vero, un'immersione profonda in altri due occhi, un regalino. Quest'anno ne ho ricevuto solo uno, uno soltanto, per il mio compleanno, fingendo come sempre che la cosa non mi importasse.
Vorrei una sigaretta adesso che mi sto autoanalizzando, ma ho fatto un fioretto. Mannaggia a me e alle mie idee che mi si torcono contro.
Ieri ho finito gli esami e, come premio, mi è tornata la febbre e un mal di testa perenne. Perchè, se c'è una cosa che ho imparato in questi sei mesi, è che il compenso non è mai proporzionale allo sforzo impiegato.
Continuerò domani.
lunedì, 19 maggio 2008
Ore 20, "ingresso" artisti. Non è un vero teatro, è un auditorium di mattoni attaccato a quello schifoso liceo che ho frequentato mille anni fa.
Lascio fuori il milanese, sposto una tenda di polvere e velluto e sono dentro. Le sedie rosse, mi guardano tutte. Mi giro e vedo la nuova scenografia, magnifica come tutte le opere di Gi.
Va in scena Canto per Falluja, utlima produzione del CSS. Ci sono gli ultimi intoppi, e tra un domino e una rete metallica mi abbandono ad abbracci lunghi millenni con il "mio" vecchio gruppo.
Un'ora più tardi lo spettacolo comincia. Seguo la storia, che non ti da una chiave di lettura, ma un'opportunità di pensiero. Nel mentre, mi immergo nella magia dello spettacolo. Il mio corpo rimane lì, io fluttuo.
Mi perdo nel guardare le ombre degli attori, sento come un colpo nel petto i passi sul palco, vibro con la musica di sottofondo, fermo il mio cuore nelle pause tra una battuta e l'altra.
Alla fine piango, dai miei occhi straborda il flusso della mia sindrome di Stendhal per il teatro. Come ogni maledetta volta. Qualsiasi spettacolo sia. Qualsiasi.
Tra pubblico e attori una gabbia metallica fatta da reti arruginite. Le stesse reti che due ore più avanti macchieranno di ruggine i miei jeans e il mio maglioncino di cashmere.
Perchè potevo benissimo fare lo spettatore e basta, ma là non ci riesco. E' come a pranzo in famiglia, dopo, almeno un piatto lo sposti dal tavolo. E così ho fatto.
Mi sono trovato dietro quella rete metallica arrugginita, dove fino a pochi minuti fa, gli attori recitavano.
La tocco e riparte la scossa, le mie emozioni sono quella rete antisismica ondeggiante tra ciò che faccio e sognavo di fare. Tra coscienza e incoscenza, ragione e sentimento, cuore e cervello, sogno e realtà.
E mi accorgo di essere veramente prigioniero, senza luci di scena, abbagliato da bianchi neon asettici che hanno il difetto di mostrare le cose per come stanno, senza atmosfera.
Dietro quella gabbia arrugginita ci sono io, prigioniero di una confusione liquida, sempre più chiassosa e martellante. Mi sento sbattere da un lato all'altro, inerme, indifeso. La malinconia attutisce i colpi sussultori dei miei pensieri, è un male sopportabile.
Mi sono sempre sentito libero, ho cercato di abbattere tutte le barriere esterne e interne al mio percoso e ora sono fisicamente in una gabbia. Incredibilmente spaziosa, illuminata, confortevole.
Come la mia confusione.
Comincio a smantellarla. Sento il peso di otto reti di ferro arruginito che metto in un furgone, una per una. In mezz'ora un simbolo diventa una catasta legata da una corda bianca. In mezz'ora un simbolo ha macchiato i miei vestiti e le mie mani di arancione.
Non mi sono lavato le mani fino a 10 minuti fa.
Volevo quella ruggine addosso, una cosa non umana, un prodotto generato dall corrosione di... una cosa disumana, inumana, come una gabbia. Non so se solo per il piacere scemo di avere le mani sporche di teatro, o per il piacere di vedere scorrere via i segni di una reazione chimica ossidante che è una metafora di stagnazione, immobilità, trascuratezza.
Sì, perchè la gabbia della mia confusione non deve fare ruggine. Perchè se ne deve andare, in tempi breve, se possibile. Per questo ho voluto smontarla.
I miei occhi volevano vedere fisicamente l'abbattimento di una barriera, non hanno assolutamente intenzione di farla arrugginire grondando. Di qualsiasi natura debbano essere le mie lacrime, voglio che siano piuttosto microgocce nel mare immenso della mia vita.
lunedì, 12 maggio 2008
Arieccoci.
Provo a buttare giù i pensieri che mi centrifugano la testa da una settimana a questa parte. E non ho intenzione di parlare della povertà a cui mi sto abituando.
Fatto sta che giovedì c'era la portfolionight (e il mio portfolio è costato più dell'affitto: si prevedono 28 giorni di povertà assoluta). Parlo con 2 direttori crativi e una art director.
Premesso che in 15 minuti è quasi impossibile liofilizzare me e i lavori, abbiamo avuto quattro diagnosi: sei un art, sei un copy che scrive visualmente e quindi un art, sei un attore, sei un fotografo.
L'ultimo colloquio mi ha dato la chance di fare vedere i miei lavori due giorni dopo ad un noto giornalista del Corriere, in quella che io ho eletto a cattedrale della fotografia: Formafoto.
Ah, e lì c'era pure il mio prof di fotografia, che si domandava con fronte corrucciata cosa ci facessi lì.
Epilogo: continua così, continua col progetto otto e mezzo, continua col percorso di ricerca personale che hai iniziato.
INIZIATO?!??!
Ma se sono anni che sproloquio e cerco di capirmi! E poi, proprio ora che mi ero convinto che potevo essere un art director, mi ritirate fuori lo spettro del palcoscenico e mi mettete in testa la pulce della fotografia. Eh no, così non va.
Voglio dire, con tutto quel che faccio per non sentire il richiamo del palco, adesso mi si apre la strada fotografica. Perchè va messo agli atti che mi hanno pure proposto una mostra personale in terra friulana.
E io cosa faccio? Eh? Che minchia faccio?
Soprattutto ora che il tempo di pensare è zero, devo preparare non so quante materie.
E visto che le disgrazie non vengono mai sole, guardo la mia sfera sentimentale e mi metto a ridere: è più incasinata di camera mia (e chi l'ha vista, sa che non scherzo). Non che abbia combinato disastri, perchè le occasioni non ci sono state ma... tre persone che mi confondono sono troppe. E che cavolo.
Ma prevedo l'arrivo di un onirico, quindi lascio a quelle righe la rielaborazione.
Aiutooooooooooo!
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